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13 dicembre 2024

Il peso del silenzio: "Non dire niente"

 



Se un prodotto di creazione contiene nel titolo la parola "niente" è interessante di per sé, visto il nome di questo blog. Ma della serie tv "Non dire niente" (in originale Say Nothing) e dell'omonimo libro da cui è tratta – merita parlarne per altri motivi e al di là delle battute. Il niente del silenzio omertoso è infatti il filo rosso della narrazione. Un silenzio che può unire o dividere i destini. 

Il suddetto titolo riprende una lirica del poeta nordirlandese premio Nobel, Seamus Heaney: "Qualunque cosa tu dica, non dire niente".

Uscito in Italia nel 2021 con Mondadori, collana Strade blu, il volume è un best-seller giornalistico scritto da Patrick Radden Keefe, nella traduzione di Manuela Faimali e racconta con documenti e immagini un pezzo di storia tragica che ha infiammato l’Irlanda del Nord: i "Troubles", ovvero la lotta armata tra Cattolici e Protestanti tra anni Sessanta e fine degli anni Novanta, che ha origini molto più lontane, derivanti dallo scontro sociale e politico tra nazionalismo irlandese per l’indipendenza dalla Gran Bretagna e gli unionisti che resistevano a tali richieste.
Sembra un déjà vu di fatti attuali ma con Nazioni diverse.

Per quanto riguarda invece la serie-tv, è di Josh Zetumer per la regia di Anthony Byrne, disponibile su Disney+ in nove puntate. Ottimamente diretta e rappresentata.

Una voce fuori campo - si capirà poco più tardi a chi appartiene - introduce il cuore della vicenda.
Subito dopo una scena descrive, solo anticipandolo, un terribile fatto accaduto nel 1972. Una giovane vedova, Jean McConville (interpretata da Judith Roddy) madre di dieci figli, viene prelevata con la forza dal proprio appartamento a Belfast. La sua prima colpa è quella di abitare in un palazzo nevralgico per le operazioni dell’Ira, acronimo di Irish Republican Army, l’organizzazione di tipo paramilitare che lottava per l’indipendenza.
L’altra terribile colpa è quella di essere ritenuta dai volontari dello stesso nucleo una spia solo per aver parlato con un soldato inglese.
Una successiva scena invece delinea la trama principale e vede un personaggio anch’esso realmente esistito, Dolours Price, rispondere a delle domande in una trasmissione radiofonica, ventinove anni dopo. L’intervista rientra nel "Belfast Project", un progetto con cui il college di Boston provò, con l’avvio del nuovo secolo, a ricostruire quegli anni di terrore, intervistando coloro che furono parte attiva e che si mostrarono d’accordo nel rivelare tutto, dietro la promessa che quanto detto non sarebbe stato di pubblico dominio fino alla loro morte.
Il confessare da parte di Dolours le sue illusioni divenute disillusioni riavvolge il nastro dei ricordi. La memoria individuale diventa memoria collettiva. La sua maturazione, la cui resa risulta efficace tramite i flashback, è anche la materia che offre una speranza.

Lei (interpretata da giovane da Lola Petticrew, da adulta da Maxine Peake) e la sorella minore Marian (interpretata da Hazel Doupe) sono le due protagoniste. I genitori, ex membri dell'Ira. Vivono in un quartiere cattolico della capitale. Ai cattolici non sono permessi gli stessi privilegi e protezioni dei protestanti. Mentre giocano con le bambole ascoltano le descrizioni del padre per imparare a resistere a un interrogatorio della polizia e faccende del genere. Dolours è inizialmente scettica con le idee familiari e anzi partecipa, coinvolgendo Marian, a una manifestazione pacifista. Ma verranno durante attaccate dalla parte avversa e questo le porta a vedere nei protestanti i nemici. Solo con la lotta armata si può fare giustizia, proprio come sentenziava il padre. Questo sarà la molla per la radicalizzazione, con il sostegno dei parenti. Come un destino già scritto. 
Entrate a far parte dell’Ira, con solenne giuramento, che impone tra le altre la regola del silenzio, saranno le prime donne militanti, agli ordini di Gerry Adams, leader che entrerà in seguito in politica contribuendo al processo di pace col governo britannico. L’uomo ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento con l’organizzazione, come ripetuto al termine di ogni episodio con un Disclaimer.

Al concludersi del dramma che è anche una dolorosa formazione giovanile, oltre all’amarezza e alla rabbia rimangono diversi spunti di riflessione e interrogativi, primi fra tutti sul senso, se c’è, della causa ideologica e l’ordine d'importanza tra questa e la vita umana, ai quali ogni spettatore darà, o proverà a dare, una risposta. Il resto, ormai, appartiene alla Storia.



 La locandina della serie-tv







La copertina del libro










10 novembre 2024

Il reale e il racconto del reale: "Disclaimer"

 Le serie tv non sono tutte di qualità e nella loro abbondanza capita di vedere di tutto. Ormai hanno preso piede le piattaforme a pagamento, ma non è detto che il pagare sia direttamente proporzionale al servizio reso. Il problema è anche un altro, e cioè che il servizio pubblico per primo dovrebbe essere di qualità, ma il discorso si allunga e si complica. Meglio attenersi all'arte. Se entri nel mondo dell'artista perché ha detto o fatto qualcosa di universale, valido per tutti e tutto, accade che quell'esperienza non è la tua ma è come se lo fosse. Ed è bello viverla. Tutto qui, e non è poco. 
Dunque, è pieno il mondo di prodotti poco significativi, soprattutto se si adotta un giudizio critico obbiettivo. Poche sono le serie tv davvero valide sul mercato. Molte sono di puro intrattenimento o agiscono sulle emozioni degli spettatori senza apportare nulla di nuovo, così come succede nei libri.

Su Apple tv è in onda una mini serie in sette puntate. Non un capolavoro, ma interessante per l'argomento e come viene affrontato. Diversi aspetti di trama sono esili. Un po' thriller ad alta tensione, un po' melodramma: Disclaimer. Poco originale è il sotto titolo italiano: La vita perfetta. Come per tante altre serie in circolazione, è tratta da un romanzo (scritto da Renée Knight).
Cos'è il disclaimer? È un termine inglese che indica la postilla legale con cui si mettono le mani avanti, per così dire, con l'intento di escludersi da una certa responsabilità. 
Si utilizza anche nella narrativa: "Ogni fatto o atto descritto è opera di fantasia... ". 

Nella serie tv in questione la fantasia non è solo il dato ovvio, come per tutti i prodotti di fiction, ma è come fosse un personaggio al pari degli altri. 

Sono tutti grandi nomi, a cominciare dal regista, Alfonso Cuarón, pluripremiato vincitore di premi Oscar, il primo ad averlo ottenuto nella storia del suo Paese, il Messico, nonché di altri riconoscimenti prestigiosi come Il leone d'oro e il David di Donatello. 
Protagonista Cate Blanchett nei panni di una affermata documentarista londinese, sposata e madre di un adolescente, che un giorno riceve per posta un libro intitolato Un perfetto sconosciuto e leggendolo le sembra di rivedersi e di ripercorrere una vecchia storia che la riguarda. Ad averglielo spedito è un anziano vedovo (interpretato da Kevin Kline, il co-protagonista) sebbene lo abbia scritto non lui ma la moglie quando era in vita. I dettagli della storia li apprendiamo da una voce narrante fuori campo. Da quel momento la vita della protagonista della serie tv e al contempo dell'opera romanzesca – una meta narrazione e nemmeno l'unica, a dire il vero – cade a pezzi. Pezzi che cadono lentamente, proprio come lo spettatore quando riceve le informazioni, fino allo svelamento ultimo.

Come agisce la nostra immaginazione sulla realtà, e quanto? Dov'è inizia l'una e finisce l'altra? Questi gli interrogativi che si palesano di fronte allo schermo. 
Perché un conto è il reale, sembrano dirci gli autori di Disclaimer, un conto è come lo raccontiamo a noi stessi o come ce lo raccontano gli altri.